Un po’ perchè non sempre si trovano articoli che abbiano qualcosa di interessante da dire sui videogiochi, un po’ perché non reggevo più la vista del post precedente.


Non c’è un’altra forma di intrattenimento che separi in modo così netto l’universo dei fan da tutti gli altri. I libri, il cinema, la tv, la danza, il teatro, la musica, la pittura, la fotografia, la scultura hanno il loro pubblico. Ma anche chi non se ne interessa sa che queste forme di cultura esistono e che ci sono eventi importanti per i loro appassionati. Nel caso dei videogiochi non è così. Ci sono le persone che ci giocano e c’è il resto del mondo, per il quale semplicemente i videogame non esistono. E che viene a saperne qualcosa solo quando un giornale pubblica una di quelle notizie tragiche in cui il protagonista è sempre un ragazzo mentalmente disturbato che si è “ispirato” a un videogioco per fare qualcosa di terribile.
L’invisibilità dei videogiochi è un fenomeno interessante. E inoltre fa in modo che in alcuni giochi succedano cose interessanti senza che il mondo della cultura se ne accorga.

Di John Lanchester, da London Review Of Books

L’invisibilità dei videogiochi
CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone

6 thoughts on “L’invisibilità dei videogiochi

  • 29 May 2009 at 21:44
    Permalink

    [quote]
    Effettua il login per leggere gli articoli a pagamento
    [/quote]

    Reply
  • 30 May 2009 at 17:47
    Permalink

    Ho avuto la fortuna di poter essere stato utente di uno dei primi
    home computer, in particolare del mitico Commodore 64.
    La novità di possedere un qualcosa più potente di una semplice
    calcolatrice scientifica ti metteva nelle condizioni di sentirti
    protagonista di un qualcosa di speciale. Si entrava a far parte
    di vere e proprie combriccole di amici, tutti appassionati allo
    stesso modo, che si riunivano come rappresentanti di una gilda segreta
    in casa di uno di loro, intenti a scambiarsi i primi, esoterici listati
    in BASIC o partecipare a violenti scambi di opinioni talvolta sulle marche
    produttrici di home computer, altre volte sull’ultima novità
    videoludica piovuta dal cielo. Inaspettatamente le case venivano
    trasformate in porti di mare, dove accadeva di vedere arrivare
    flussi di amici ad ogni ora del giorno per discutere dell’ultimo videogioco
    futuristico o per un estenuante torneo all’ultimo sangue al
    gioco multiplayer del momento. Internet non era neanche lontanamente
    immaginabile e forse per questo non se ne sentiva la mancanza.
    Tanto il modo di incontrarsi lo si trovava sempre per trascorrere
    qualche ora in feroci sessioni videoludiche. Nessuno dei parenti riusciva a
    capire come potessero tanti ragazzetti scalmanati chiudersi in una
    stanza ed isolarsi in maniera totale dal mondo esterno per ore ed ore.
    Mi ritorna sempre in mente che venivamo guardati come alieni dalla
    gente, come soggetti estraniati dalla normale(?) quotidianità e per questo da emarginare. Portare in mano un floppy da 5.14″ all’epoca
    agli occhi dei passanti ti bollava come povero ed incompreso
    ragazzo dedito a perdere tempo con quegli aggeggi infernali.
    Peccato per loro che di lì a non molto lo sviluppo della tecnologia
    in maniera così invasiva nella società li avrebbe travolti come una valanga.
    Essere stato protagonista di un’evoluzione così radicale e repentina,
    ti pone in una posizione privilegiata quando leggi la pubblicità dell’ultimo
    super-mega-ultra viodeogioco completo di motore 3D con effetti virtuali
    iper-realistici da giocare rigorosamente on-line ma soprattutto isolati
    dal mondo esterno. Constatare che per un gioco del genere vengono
    smossi un investimento di risorse ed una campagna pubblicitaria
    follemente dispendiosi oltreché una valanga di addetti allo sviluppo mi fa
    pensare alla complessità del punto in cui si è arrivati.
    A me viene da sorridere perché noi ci divertivamo di più
    con una quantità infinitamente inferiore di pixel, e soprattutto
    stando insieme ad amici che, come il sottoscritto, erano pionieri
    volontari di un qualcosa di speciale.

    Reply
  • 30 May 2009 at 23:34
    Permalink

    Sì, dopo 24 o 48 ore gli articoli sono a pagamento 🙁

    Reply
  • 1 June 2009 at 08:45
    Permalink

    Ne sono consapevole, ma il pezzo di articolo che ho letto
    nel post mi ha ricordato quell’era informatica che ovviamente
    può essere compresa fino in fondo solo da chi l’ha vissuta…

    Reply

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *