Con mio grande stupore ho letto questo breve post di Thomas Vander Wal, in cui colui che ha coniato questo termine (spesso criticato) in qualche modo si ribella (molto pacatamente) all’accostamento del termine folksonomy con il termine collaborative tagging. A suo giudizio non c’è alcuna collaborazione perchè manca un obiettivo comune ma solo un aggregazione collettiva… da qui lui preferisce il termine “collective”. A mio parere sta dimenticando che in questi sistemi sebbene manchi l’obiettivo comune e sia più forte un interesse personale esiste comunque un feedback costante che si riceve dagli altri e il meccanismo di collegamento tra utenti risorse e tag spinge inevitabilmente a scoprire come si comportano gli altri, vedere quali tag usano quali risorse e tutto ciò favorisce la cosìdetta serendipity. Inoltre riflettevo anche su una piccola considerazione nata dalla lettura del post di Vander Wal: è vero che spesso non si parte da un obiettivo comune e che senza un beneficio evidente personale questi sistemi stentano a decollare però nonostante molti sistemi di tagging consentano di mantenere privati i propri tag come le proprie risorse, sono in netta minoranza coloro che decidono di non condividere con gli altri la propria organizazzione personale.

IMHO il signo Vander Wal dovrebbe riflettere anche sul fatto che il termine folksonomy nato dall’unione di folk & taxonomy non ha nulla a che fare con una tassonomia…

gli avrei volentieri lasciato un commento ma non sono ammessi :S

Breve aggiornamento: qui commentano lo stesso post di Vender Wal in particolare riporto un pezzetto interessante:

Collaboration should not so narrowly be defined and applied only to a single artifact within joint work (e.g., a wiki page). Collaboration has multiple levels and can involve coordination across co-dependent artifacts with varying degrees of symmetric “joint work” on group and individual artifacts within that project.

L’inventore del termine Folksonomy ha qualcosa da ridire…
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4 thoughts on “L’inventore del termine Folksonomy ha qualcosa da ridire…

  • 1 December 2007 at 01:52
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    Ottimo post. Si può però riconoscere a Vander Wal il pregio della chiarezza. Per lui collective e collaborative sono concetti diversi da non confondere e quindi collective tagging è altra cosa da collaborative tagging. Il commento che hai incluso si appella a una definizione estensiva di collaborativo. Non sono contrario a priori ma quando si estende troppo un concetto c’è poi il rischio che perda di precisione e quindi di utilità.

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  • 1 December 2007 at 13:10
    Permalink

    è vero… è un pò il concetto di livello di astrazione… più saliamo la gerarchia meno precisi si è…
    però io in tal caso sono del tutto daccordo con il commento dell’altro blog…
    il collaborative nel tagging è in senso lato… tutti pensano in primis a se stessi però poi il fatto che ci siano gli altri dovrebbe in qualche modo agevolare tutti (o quasi)… secondo me richiama molto la società (o almeno un’idea forse un pò romantica/utopistica di società) 😉
    come altrenativa a collaborative è usato spesso social che infatti trovo calzante… ma collective è davvero brutto :O

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  • 1 December 2007 at 23:58
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    Che dire? Sono d’accordo con te. Collettivo fa molto anni ’70.

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  • 3 December 2007 at 20:19
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    Perché non riconoscere anche a quest’uomo il pregio della chiarezza?

    http://it.youtube.com/watch?v=hv4W30sLm5g

    E pensare che tempo fa c’era anche chi voleva ridere su alle trovate del gentiluomo! Io mi chiedo come si possano stipendiare coi nostri soldi certi reietti della società. “Ho avuto ordini dalla Costabile!”, si sente a un certo punto. La maleducazione e l’ignoranza non sono “ordinati” da nessuno.

    Saluti, e comunque, ottimo post 🙂

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